L’Italia e la sua identità nel nostro tempo. Il punto di Raffaele Vacca

L’Italia e la sua identità nel nostro tempo. Il punto di Raffaele Vacca

Le trasmissioni televisive dell’Olimpiade invernale Milano-Cortina hanno inviato nel mondo l’immagine di un’Italia dove ci sarebbe quell’armonia tra uomo e natura che l’ha resa famosa ovunque. E quindi di un’Italia che conservi la sua identità anche nel continuo passare dall’epoca agreste-agricola a quella tecnico-industriale dell’attuale civiltà, nella quale, per i pericoli di disintegrazione totale o parziale, si sono unificate le varie civiltà esistenti.

Ma, se non si resta a quelle immagini e si osserva e valuta la realtà esistente, si nota che l’identità italiana, innanzi tutto sotto l’aspetto culturale, è in parte svanita.

L’Italia si è formata ereditando il tesoro di conoscenze e di esperienze di Roma e della Grecia nella consapevolezza della Rivelazione evangelica.

E questo ha ispirato le sue istituzioni, la sua letteratura, le sue arti, i suoi usi e costumi formando l’autentica anima del suo popolo.

Che cosa l’Italia avrebbe dovuto fare per conservare la sua identità lo comprese, quando aveva diciott’anni, Giacomo Leopardi leggendo la lettera Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni di Madame de Staël, nel gennaio 1816, nella “Biblioteca Italiana”. E la nuova lettera della stessa pubblicata nel numero sei della rivista.

Lo espresse nella lettera scritta in risposta, inviata alla “Biblioteca Italiana”, e poi, due anni dopo, nel Discorso sulla poesia romantica, inviato a “Lo Spettatore Italiano”.

Ma sia la lettera sia il discorso non furono pubblicati.

Solo nel 1908 vennero inclusi nel volume Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi, pubblicato da Le Monnier.

Giacomo Leopardi sosteneva che non bisognasse allontanarsi dai Greci, dai Latini, dagli Italiani, che avevano messo a frutto il proprio ingegno, e si erano giovati di quella scintilla divina e di quell’impulso sovrumano che porta alla creazione, la quale è imitazione della natura, ma in modo che non sembra tale.

E notava che l’aprire tutti i canali delle letterature straniere avrebbe portato l’Italia a esserne dilagata, ed avrebbe spinto moltissimi a disguazzarvi a più non posso.

Come dice nella conclusione del Discorso, era sua convinzione che l’Italia ha un’indole (che ne determina l’identità), ardente e giudiziosa, prontissima e vivace, robusta e delicata, eccelsa e modesta, dolce, tenera, sensitiva, nemica di ogni affettazione, desiderosa e conoscitrice del vero, del bello, del sublime, armonizzatrice del naturale e dell’umano. Tutto ciò la porta a cose altissime.

Nel resto dell’Ottocento, l’identità italiana continuò ad essere rispettata, ed anche alimentata da opere come Il primato morale e civile degli italiani di Vincenzo Gioberti, e come quelle di Giosue Carducci, Giovanni Pascoli ed anche di Gabriele D’Annunzio.

L’identità italiana continuò ad essere ricordata prima e dopo la Prima Guerra Mondiale, anche con articoli nelle Terze Pagine dei quotidiani, ai quali spesso collaboravano, specialmente con elzeviri, docenti universitari di varia umanità.

Ma, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre si sviluppava una frenetica e non controllata industrializzazione, che spesso travolgeva fonti dell’identità, questi collaboratori furono accusati di far parte di quella consorteria che , per propria utilità economica, pubblicava articoli mediocri, vani, insignificanti.

E così le terze pagine con gli elzeviristi scomparvero dai giornali. Furono sostituite con altre pagine culturali e con altre consorterie che attuavano proprio quello che Giacomo Leopardi aveva profetizzato. Dando quotidiana importanza a ciò che si pubblicava all’estero, imitandolo, tralasciando o addirittura tentando di cancellare quello che l’aveva alimentata e la sosteneva, si tendeva a disintegrare l’identità italiana, anche con la penetrazione della cultura di massa, propria dell’epoca tecnico-industriale che continuava il suo progressivo sostituirsi all’epoca agreste-agricola.

E questo accade anche nel nostro tempo nel quale, militarmente e politicamente, l’Italia non conta quasi nulla; ha venduto a stranieri molte di quelle aziende delle quali era orgogliosa nei primi decenni del Secondo Novecento, e parte del suo meraviglioso territorio, che continua a non sapere adeguatamente tutelare e difendere.

Ed, anche per distrazione di massa, cerca successi nello sport, che talvolta in alcuni settori vengono conseguiti da atleti immigrati, o figli di immigrati. E ciò mentre vende prodotti importati da altri paesi, ai moltissimi stranieri che la visitano, vi soggiornano ed ammirano le sue altissime opere d’arte, create in un tempo nel quale si credeva nel divino e si era da esso ispirati.

Invece, nel suo interesse, in quello dell’Europa e nell’Interesse dell’intera umanità, rinnovandola, dovrebbe ritrovare la sua identità.

Raffaele Vacca





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